Giacomo Leopardi

La vita

A Giacomo Leopardi nacque il 29 giugno del 1798 a Recanati. Suo padre, il conte Monaldo, era un uomo di cultura, rigido e conservatore; sua madre, la marchesa Adelaide, era una donna di carattere duro, di fede cattolica tradizionalista e di morale Insieme ai fratelli Carlo e Paolina, crebbe in un ambiente familiare chiuso e particolare di calore affettivo. Cominciò a studiare sotto la guida del padre e di due sacerdoti; distintosi ben presto per intelligenza e genialità, dal 1809, all’età di undici anni, prosegui da solo oli di nella ricca biblioteca paterna imparando il greco, il latino, il francese l’ebraico.  Con il passare degli anni, divenne sempre più acuta l’in- sofferenza del poeta per l’atmosfera chiusa e soffocante di Recanati e l’ambiente familiare. Il desiderio di libertà e di emancipazione lo spinsero nel 1819 a tentare la fuga dalla casa paterna, che fu però scoperta dal padre.

4 Nel novembre del 1822 Leopardi riusci finalmente a lasciare Ricanati e recò a Roma, ospite dello zio Carlo Antici; il soggiorno non durò molto. Costretto a tornare a Recanati, Leopardi maturò un cupo pessimismo, che lo spinse ad abbandonare la poesia (sono gli anni del cosiddetto silenzio poetico, che durerà fino al 1828), e a partire dal 1824, si dedica alla stesura delle Operette morali. Sul finire del 1828, però, l’aggravarsi della malattia agli occhi costringe la poeta a tornare a Recanati dove rimase, chiuso in una cupa disperazione, fino al 1830, quando, in seguito alla generosa offerta di un assegno mensile da parte degli amici toscani , poté tornare a Firenze. Per restituire il denaro agli amici, nel 1831 curò prima edizione dei suoi Canti presso l’editore Piatti. A Firenze conobbe l’esule napole- Lano Antonio Ranieri, con cui stringi un’amicizia destinata a durare fino alla morte, e Fanny Targioni

 Tozzetti di cui si innamorò, ma fu un amore non corrisposto. Nel 1833 Leopardi seguì l’amico Ranieri a Napoli, dove scrisse il suo testamento poetico “La ginestra”. 

Tornato a Napoli, morì il 14 giugno 1837, all’età di soli trentanove anni.

IL PENSIERO E LA POETICA

l pensiero leopardiano e la sua poetica sono strettamente legati alla sua formazione classicistica, latina classica, greca antica, 

illuministica, dagli approfondimenti delle tematiche scientifiche e da moltissimi autori che lo influenzarono; su di essi gravò molto la sua formazione del suo pensiero.

Ma quello che caraterrizza Leopardi è Il pensiero e la poetica durante il suo periodo, chiamato “pessimisimo”, che lo portarono a un intensa meditazione filosofica di cui trova l’espressione sia negli scritti in prosa che poetici. 

Le fasi principali del suo pensiero furono:

PESSIMISMO INDIVIDUALE:

La convinzione di essere destinato all’angoscia e all’infelicità e di avere, come unico conforto, la contemplazione della natura. 

Questa prima fase, di cui “L’infinito” è un esempio, rappresentò l’occasione per estendere la riflessione dal destino singolo a quello di tutti gli uomini.

PESSIMISMO STORICO:

L’uomo è causa della propria infelicità in quanto, facendo uso eccessivo della ragione, si è allontanato dallo stati di natura primitivo, ingenuo e fantasioso in cui si trovava originariamente. 

Soltanto durante la fanciullezza l’uomo moderno può conoscere, seppure per poco, quella condizione di naturalezza e spontaneità che possedevano gli antichi e che genera uno stato d’animo di felice aspettativa del domani.

PESSIMISMO COSMICO:

Approdo definitivo del pensiero di Leopardi. 

Causa dell’infelicità umana non è la ragione, ma la natura stessa, che istilla nell’uomo il desiderio della felicità per poi negargliela costantemente. La natura è matrigna, una forza cieca legata a un eterno ciclo di creazione e distruzione; tutte le creature viventi non sono che piccole parti di questo ciclo e le loro singole esistenze sono del tutto prive di importanza.

Questi eventi causato in Leopardi la perdita della gioventù, egli colloca l’unica felicità possibile della vita umana nell’adolescenza, carica di aspettative e illusioni riguardo l’età adulta da cui resteranno tuttavia disingannate, per concludere che il piacere non è uno stato duraturo, ma solo un passaggio transitorio dal dolore alla noia.

 Pur ritenendo la morte migliore della vita, egli non rinuncia tuttavia alla speranza e alla solidarietà, anche per la tematica tipicamente romantica della morte eroica contro il fato e la natura definita da egli “matrigna”, e quindi in un certo senso, paradossalmente, all’amore per la vita e per le illusioni dell’arte e della poesia.

L’INFINITO (1819)

Scritto a Recanati, L’infinito è il primo e più famoso dei Piccoli idili e appare in tutte le edizioni in apertura di questo gruppo di liriche.

E uno dei testi più noti e noti di Leopardi oltre che uno dei più rappresentativi della sua poetica, qui intesa come espressione di un’avventura interiore che nasce dalla contemplazione della natura e dall’annullamento della coscienza.

A SILVIA (1828-1830)

A Silvia fa parte del gruppo dei canti pisano-racanatesi, composti quando Leopardi, dopo il periodo di cupo pessimismo testimoniato dall’Opera morale, tornò a scrivere sempre nell’antica e con il cuore di una volta ».

Simbolo della giovinezza e, indirettamente, della speranza, il poeta immagina di rivolgersi con tono affettuoso alla giovane scomparsa e rievoca insieme a lei i momenti felici della giovinezza, quando entrambi speravano in un lieto avvenire. 

Ma la morte per Silvia e la perdita della speranza per la poeta hanno cancellato tutti i sogni giovanili.

LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA
(1829)

Questo idillio ne riprende la struttura e in parte il tema centrale, quello del piacere. Il componimento è ambizione di un tramonto di sabato e mostra alcuni spaccati di vita 

paesana ritratti nell’ultima domenica. Leopardi coglie l’occasione per mostrare come la felicità consia essenzialmente nell’attesa della felicità stessa e nelle illusioni che si coltivano durante questa attesa.

IL PASSERO SOLITARIO
(1828-1830)

Alcuni critici ritengono che Leopardi abbia ripreso il materiale di un abbozzo giovanile, contemporaneo ai Piccoli idilli, con i quali Il passero solitario ha in comune una dimensione più intima e personale Il passero solitario è impostato su un lungo paragone tra la vita del passero e quella del poeta, entrambi portati a condurre un’esistenza appartata e solitaria. 

Ma, mentre il passero è messo in atto come dal suo istinto cieco e irrazionale, la poeta ha la visione dolorosa di sprecare gli anni migliori della gioventù, che in età matura rimpiangerà.